Qualche anno fa, a inizio 2018, ho lavorato per tre mesi in una mensa scolastica.
Come accade spesso su in Belgio, l’istituto raccoglieva le classi dalle elementari fino al liceo (li il sistema scolastico è diverso dal nostro).
La qualità del cibo era scadente, perché – ho scoperto poi – l’executive chef della compagnia che si occupa della mensa prendeva dei bonus se riusciva a non sforare il budget settimanale, quindi comprava la peggio merda surgelata. Vabbè. Insomma durante il servizio io ero addetto al banco dove passavano i bambini della primaria. Una mandria di piccoletti scalmanati che si ammucchiavano e urlavano e spingevano qui e là.


Poi videro me, coi piercing e i tatuaggi, e ammutolirono. “Ma madame Rosine oggi non c’è?”
“No, è malata, la sostituisco io.”
“Ah.”
Poi si cominciarono ad abituare a me.
“Ma la tua mamma si è arrabbiata quando hai messo quel coso al naso?” mi chiese un bimbo. E un altro “E per i tatuaggi ti ha sgridato? Io voglio farne tanti più di te”. E via così. Insomma, li intrattenevo. Poi cominciai pure, nel quadro delle attività extrascolastiche, a fargli fare i biscotti. Insomma, cose così.


Quando il mio contratto finì, ero li per sostituire la suddetta madame Rosine, che era in congedo di maternità, erano tutti un po’ tristi.
Mi vennero a salutare, un bimbo mi portò i biscotti che aveva fatto a casa, apposta per me.
Una bambina bionda, lentiggini e occhi chiari, si avvicino con i lucciconi agli occhi e mi disse “Sai, sei il cuoco più strano che abbia mai visto in tutti i miei otto anni di vita”, e mi abbracció forte.


Credo sia stata una delle cose più dolci che mi siano mai state dette.

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