L’estate scorsa, stavo ancora in belgio, durante uno dei miei giri in bicicletta, mi trovavo nei pressi di Vilvoorde. Trattasi di una cittadina industriale sita lungo il canale che collega Bruxelles ed il Belgio centrale al Mare del Nord.

Pedalavo lungo la ciclabile che costeggia il canale. Mi piace farmi decine di chilometri così, e spesso se vai di mattina non incontri nessuno per delle ore. Ad un certo punto vedo da lontano un vecchio capannone, enorme ed abbandonato. Siccome sono molto affascinato da questi reperti industriali, mi fermo e vado a curiosare. Sono li che mi aggiro fra i pilastri della vecchia struttura, scattando qualche foto, quando sulla strada sterrata – che immagino colleghi la zona dove sono alla strada principale – dal nulla appare un suv. Il tizio alla guida mi vede, inchioda e mi chiama, facendo cenno di avvicinarmi. Sarà qualche rompicoglioni, penso, che mi dice che qui non ci posso stare, che è zona privata e cagate così.

E invece questo attacca a chiedermi un’indicazione banalissima, tipo da che parte devo andare per l’autostrada, cosa a cui – essendo io in bici e non essendo del posto – non so rispondere.

Poi non so, il tizio mi chiede nell’idioma tricolore “uè, ma sei italiano?” Cosa che immagino si evinca dall’accento con cui parlo in francese.

“Si, si.”.

“Ah ecco, ciao paisá! Senti, mi vuoi fare un favore? Puoi aiutare un connazionale?”

E già li ho snasato la merda ancora prima di pestarla.

“Se posso, non so, dimmi.”

“Ma si, guarda, io sono un autotrasportatore, no? Lavoro per una ditta di Bruxelles. Sono venuto qui perché dovevo consegnare degli orologi ad un negozio, ma siccome in ufficio hanno sbagliato la fattura me ne hanno dato sei di più. E che faccio, mo li riporto indietro? Mica mi danno una medaglia, oh, il mio capo è americano, capisce una minchia. Dai, dammi una mano, noi li vendiamo a 1500 euro, ma a te lo do per cento sacchi”.

“No, guarda. Non mi serve, e poi nemmeno ce li ho con me cento sacchi.”

“Maddai, frate, son buoni orologi, svizzeri eh!”

“Eh, ok, ma tanto non c’ho i soldi con me.”

“Vabbuò, dai. La prossima volta, ecco. Ciao paisá!”

E se ne và sgommando.

Io invece rimango li, in silenzio, preso un po’ dall’imbarazzo e dallo stupore. Pensavo fra me e me: “Ma è successo davvero? Questo, qui, in mezzo al cazzo di niente ha cercato di vendermi un’inculata?”

E’ bellissimo quando vedi i tuoi connazionali perpetrare antiche tradizioni anche a migliaia di chilometri da casa. Che bello essere italiani all’estero.

Ciao paisà!

(Allego foto del capannone così a caso)

Un pensiero riguardo “Tramandare l’arte antica dell’inculata.

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